Fermiamo il bullismo (ma solo fino al TG delle 20)
Partiamo con la prima riflessione sul bullismo, tanto per cominciare
Pubblicato il
12.10.2026
Autore
om
Let's start
Il bullismo è una cosa terribile. Almeno finché si pratica a scuola. Poi si cresce, si entra nel mondo degli adulti e, come per magia, le cose cambiano. La prepotenza diventa leadership, le minacce deterrenza, l'arroganza determinazione e l'intimidazione una raffinata tecnica di negoziazione. Se poi il bullo dispone di un esercito, qualche miliardo e un buon ufficio stampa, può persino aspirare al Nobel per la Pace. Magari con il sostegno di qualche collega altrettanto meritevole.
Ma andiamo con ordine.
Qualche mese fa, mia moglie ed io abbiamo partecipato a un incontro scolastico dedicato al bullismo. Una serata istruttiva, durante la quale ci hanno spiegato che il bullo è colui che approfitta della propria superiorità per intimidire, umiliare, isolare e imporre la propria volontà. Possibilmente circondato da qualche fedele seguace e da un pubblico di spettatori che, per quieto vivere, preferisce guardare altrove. Ci hanno ricordato quanto sia importante educare i ragazzi al rispetto, all'empatia, al dialogo e alla solidarietà. Che il più forte non deve approfittare del più debole e che minacciare qualcuno per ottenere ciò che si vuole non è propriamente un esempio di buona educazione.
Tutto assolutamente condivisibile. Ci hanno persino ricordato che la gentilezza è una forza. Bellissimo. Quasi commovente. Poi siamo tornati a casa, giusto in tempo per il telegiornale delle 20. E lì abbiamo scoperto che la lezione aveva una data di scadenza. Piuttosto ravvicinata.
E noi adulti?
Nel mondo degli adulti, infatti, le regole sembrano funzionare diversamente. Il più forte può tranquillamente imporre la propria volontà al più debole, purché disponga di sufficienti argomenti economici, militari o strategici. Le minacce diventano strumenti diplomatici, le imposizioni commerciali legittime negoziazioni e l'isolamento una misura necessaria per difendere, naturalmente, i valori universali. Persino i fedeli seguaci del bullo hanno fatto carriera: oggi si chiamano alleati strategici. Quanto agli spettatori silenziosi, hanno perfezionato l'arte della prudenza diplomatica. Una disciplina nella quale, a quanto pare, si possono raggiungere risultati straordinari.
Proviamo a immaginare di applicare queste stesse logiche nel cortile di una scuola. Un ragazzo particolarmente robusto pretende la merenda del compagno perché la considera indispensabile per la propria sicurezza alimentare. Un altro minaccia di escludere dalla ricreazione chi non accetta le sue condizioni. Un terzo convince il resto della classe che il vicino di banco rappresenta una minaccia e che, per il bene di tutti, sarebbe opportuno isolarlo.
A quel punto interviene il professore. Non per rimproverarli, sia chiaro, ma per organizzare una conferenza sul rispetto reciproco. Alla quale, naturalmente, i tre bulli partecipano come relatori principali. Con tanto di applausi finali e fotografia di gruppo.
Assurdo? Certamente. Eppure basta sostituire il cortile scolastico con la scena internazionale, la merenda con qualche risorsa strategica e il professore con un'organizzazione internazionale per avere la sgradevole sensazione di aver già visto qualcosa di simile.
Certo, un conflitto internazionale non è una lite tra compagni di scuola. Le cause sono più complesse, gli interessi molteplici e le responsabilità non sempre facili da attribuire. Ma certi meccanismi di potere, e soprattutto la fantasia con cui vengono giustificati, presentano somiglianze piuttosto imbarazzanti. E non serve nemmeno spingersi fino ai grandi equilibri geopolitici. Anche nella politica di casa nostra, nell'economia, nelle grandi corporation e nella comunicazione pubblica, la prepotenza può diventare autorevolezza, l'arroganza determinazione e l'opportunismo una straordinaria capacità di adattamento. Basta trovare le parole giuste. E possibilmente qualcuno disposto a ripeterle davanti a una telecamera.
Per concludere quindi?
Il bullismo, insomma, non sempre scompare crescendo. A volte cambia semplicemente nome, si mette una cravatta e acquisisce rispettabilità o si accetta più facilmente.
Di esempi ne abbiamo a bizzeffe. Basta accendere la televisione, sfogliare un giornale o seguire le dichiarazioni di qualche potente della Terra. Il mondo occidentale, che ama presentarsi come custode dei valori democratici e dei diritti universali, è un’ottima fonte di galletti con il petto gonfio. Ma sarebbe ingeneroso attribuirgli l'esclusiva: la concorrenza internazionale, in questo settore, è particolarmente agguerrita.
Sia chiaro, non ce l'ho con le scuole. Anzi, credo che il loro impegno contro il bullismo sia fondamentale e meriti tutto il nostro sostegno. Il problema non è ciò che insegniamo ai nostri figli. Il problema è lo spettacolo che noi adulti mettiamo in scena non appena suona la campanella.
Pretendiamo che risolvano i conflitti attraverso il dialogo, mentre ammiriamo chi sa imporsi con la forza. Chiediamo loro di non umiliare gli altri, mentre trasformiamo le umiliazioni pubbliche in spettacolo. Spieghiamo che essere più forti non significa avere ragione, mentre il mondo sembra spesso premiare proprio chi riesce a dimostrare il contrario. E poi magari ci stupiamo se i ragazzi fanno fatica a distinguere i buoni esempi da quelli cattivi.
Forse dovremmo aggiungere una piccola nota ai volantini distribuiti durante gli incontri scolastici: Cari ragazzi, vi chiediamo di rispettare questi principi. Sono fondamentali per costruire una società migliore. Purtroppo non possiamo garantirvi che gli adulti facciano altrettanto. Soprattutto quelli che prendono le decisioni più importanti.
Sarebbe almeno un esercizio di onestà. Una virtù che, peraltro, meriterebbe anch'essa qualche corso di aggiornamento.
Nel frattempo, continuiamo pure a organizzare incontri contro il bullismo. Sono importanti, necessari e possono davvero fare la differenza. Ma la prossima volta, magari, invitiamo anche qualche politico, qualche grande dirigente e qualche potente della Terra. Non come relatore, naturalmente.
Come alunno.
Possibilmente in prima fila. E senza suggerimenti.